Tre uomini in camper: sembra una quasi citazione letteraria alla Jerome k. Jerome.
Quasi, ho detto! Per quanto un camper possa vantare una certa nobiltà nell’andare.
Più zingaresca forse, di un vascello. Terrigna, fangosa, da sosta fra le pieghe della carta geografica, lontano dai luoghi comuni, perché essere fuori luogo regala un ritmo che “comune” non sarà mai.
Speciale piuttosto.
E quindi tutto da vivere e da raccontare. Questo camper, nella fattispecie, è per me la nave dei folli, almeno come la vedo io: mezza ciurma di pazzi ammutinati, pendagli da forchetta, non proprio da forca, raccolti chissà in quale stamberga di porto, che non sapendo quale costellazione scegliere per drizzare la rotta, dal momento che il cielo avrebbe voce troppo nobile per il loro miserevole stato e infinitamente lontana dalle loro corde, affidano l’umore randagio dei loro occhi a quello altrettanto randagio dei fiumi che seguiranno: metafora Sublime di ogni vita.

Perché un fiume nasce e muore, sorte che condivide con i figli di Caino, ma nel frattempo scorre. E se la gode. Esonda, ribolle, si ritira, feconda o distrugge, abbraccia o isola.

E le cose più interessanti e segrete le fa sempre dentro un letto, dove – è notorio – si sogna e si ama. So che i miei compagni di avventura sono i migliori che si possano mai trovare. Perché come me non sono pellegrini, ma semplici viandanti. Hanno il gusto dell’assaggio più che della consumazione e sanno bene che la strada è come la buona scrittura: ha il tempo della durata. Il “mentre” è la sua dimensione.

A fine corsa non si scende. Si indugia ancora un poco. Polvere e inchiostro restano lì, sulla punta delle scarpe e delle dita, e chiamano sempre ad un altro viaggio.

La mia preoccupazione è una sola: che troppa acqua non nuoccia al vino. Perché come ben sapeva Ulisse, che di traversate se ne intendeva più di qualsiasi altro fottutissimo camperista della domenica, se Nettuno sorregge la barca è sempre Bacco che le intride di linfa le fibre. E dunque si parta! Alessandro, i’ vorrei che tu e Mauro ed io… 

Il Tagliamento e la Soča sono le vene della mia mano.

L’acqua che scorre dentro la mia origine. Sono cicatrici d’acqua che si possono scendere o risalire, stare a guardare sopra un ponte o seduti sulla sponda.

Far andare liberi i pensieri, fare associazioni strane, con altri mondi, altre geografie.

Vivere i fiumi per poterli raccontare, per poterli condividere con un amico con cui lasciarsi andare a confessioni e segreti.

Fare tutto questo seduto in un camper in una nostrana e strampalata on the road, toccare l’acqua della sorgente, chiacchierare da soli, dialogare in una piazza davanti a vecchi, gatti, musicisti e viandanti.

E stare ad ascoltare le storie di chi ha l’urgenza di raccontare o semplicemente rimanere in silenzio a sentire l’acqua che fa il suo dovere. 

Non lo so come finiremo. A leggerla così, sembra un po’ un’Odissea. Angelo, Mauro ed io, tre anime galleggianti in quello che si preannuncia essere un viaggio mitico dalla sorgente alla foce, da Forni di Sopra a Lignano, passando per San Daniele, Kobarid, Gorizia e Spilimbergo.

Va detto subito, mitico in senso utopistico, non certo leggendario.

Viaggeremo su di un camper traballante. Insieme, noi tre improbabili avventurieri, per parlare di acqua, per attraversarla. E loro, va detto anche questo, sono più esperti di me. Dalla mia, ho un passato sul Tagliamento, ma è stato un amore discontinuo, come il suo corso.

Ci siamo trovati, persi, e poi ritrovati di nuovo, in momenti diversi, in geografie diverse. A tratti, imprevedibili.

Il Tagliamento è il punto di partenza. Da lì ho conosciuto altri fiumi e nuovi amori. E dopo averli visti e conosciuti, ho scoperto di prediligere i corsi d’acqua che finiscono in altri. Amo il tuffarsi, il confluire, l’abbandonare se stessi e affidarsi ad altro. I torrenti di alta montagna sono l’amore più profondo.

Mi piace l’acqua che non ha ancora un nome, con le sue alte pendenze, gelide. Mi affascinano le variabilità del deflusso, le portate piccole che si alternano a piene violente. Le piante e gli animali che la abitano, che resistono. Mi affascina l’imprevedibilità, il non potersi fidare del suo corso.

Amo anche torrenti e fiumi che un nome ce l’hanno. E il pensiero, dunque, raggiunge subito il Cornappo e la sua valle di orsi, i lupi che abitano tra Cellina e Meduna, il verde dell’Arzino con le sue storie di partigiani e cosacche.